L’altro Tetto del Mondo: il Ladakh di Simona Angioni

In cammino tra le cime dell’Himalaya e del Karakorum nel distaccamento spirituale del Tibet. Un luogo immobile nel tempo e consacrato alla ricerca della felicità.

Il Ladakh di Simona Angioni

Fotografia di M. Richard Stiller

La montagna regala cieli notturni divorati dalle stelle.
Raramente, però, il buio diventa tenebra.
C’è sempre un pezzo di città a disturbare.

Non in Ladakh, la regione dello Stato indiano del Jammu e Kashmir, incastonata tra le catene montuose dell’Himalaya e del Karakorum.

India, ma fisicamente, etnicamente e culturalmente Tibet. Dalla fuga del Dalai Lama, il buddhismo abita qui, in altissimo, nel Paese degli alti valichi che è diventato il distaccamento spirituale del Tetto del mondo. In questo gioiello grande come il nord Italia, a differenza del vicino Kashmir, la maggioranza buddhista convive con i mussulmani sciiti e i pochi induisti, come in un’oasi immobile di serenità e bellezza.

I monasteri, gompa, stanno appesi alle pietraie come profezie. Bianchi e rossi, severi e squadrati, vigilano sul tuo viaggio. Raggiungerli significa avventurarsi su strade di polvere che vanno reinventate dopo ogni frana. Distillare i passi per sopportare l’aria rarefatta che rompe il respiro e spacca le gambe. L’arrivo è la ricompensa. Scoprire che all’interno di questi luoghi sacri si vive ancora come nel Medioevo, la sorpresa più grande. Il primo gompa che si incontra arrivando da Srinagar, Kashmir, è quello di Mulbekh. Un piccolissimo monastero che ti accoglie nella prima vallata di sapore completamente tibetano nonostante la vicinanza con i mussulmani Kashmiri e Balti. Poca luce, difficile fotografare, grande magia, le prime scoperte di un pantheon infinito di divinità buddhiste.

Hemis, con i suoi 400 monaci, è il gompa più grande e forse il più bello del Ladakh. All’interno, la litania di due giovani lama introduce il momento della preghiera. In queste sale avvolte dalla penombra si pratica ancora lo yoga di Milarepa, il monaco asceta e poeta che occupa nella cultura Tibetana lo stesso ruolo di san Francesco nel cristianesimo.

Il monastero di Lamayuru, sull’antica carovaniera che unisce il Kashmir a Lhasa, sta attaccato alla montagna come un uccello bianco e gentile. Le piccole bandiere colorate che si muovono dolcemente nell’aria, fanno da arcobaleno al tuo ingresso. Nel cortile i monaci bambini corrono e urlano il loro ciao: «Juleeeeee», con la e che non finisce mai o al massimo termina in un sorriso. Hanno le dita nel naso, la testa rasata e i piedi neri che spuntano dalle lunghe tuniche porpora. Allegria allo stato puro. All’interno, una punja, la preghiera buddhista. «Aom Mani Padme Hum», il mantra del Buddha della compassione.

I bisbigli accarezzano il buio, le lame di luce trasformano le statue dei Protettori in apparizioni. La dolcezza della voce e la ripetitività delle parole diventa una culla per i pensieri agitati. A Spitok, un monastero in cui ci si perde tra chiostri affrescati e corridoi umidi, l’indiscussa protagonista è la dea Tara, la Divina madre nel buddhismo tantrico.

In una sala si possono ammirare, dipinte su splendidi tankha (gli arazzi tradizionali tibetani), 21 delle sue rappresentazioni.

Le donne indossano abiti pesanti e hanno i visi bruciati dal sole. Entrano nei gompa portando le mani giunte alla fronte, alla bocca e al petto. Si inchinano, si prostrano, e si rialzano.

E ancora.

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Simona Angioni

Nata a Cuneo, mi laureo a Parma in Lettere Moderne, con una tesi sul personaggio di Medea. Oggi sono il Direttore Creativo Associato di un’agenzia di pubblicità milanese e un’autrice teatrale.
Ho pubblicato due racconti nelle antologie di Terre di Mezzo e articoli su diversi periodici. Scrivo da sempre racconti, sceneggiature, recensioni, reportage di viaggio e liste ossessive di cose da fare. Faccio anche delle fotografie, perché amo la luce.
Ringrazio, in ordine sparso: Art Fry per aver inventato i post-it, il teatro, i boschi, le spezie, la primavera, il cinismo, l’Asia, i Radiohead e quasi tutte le parole.

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