Articolo di Stefano Malatesta

Dal libro “SCRITTORI ITALIANI DI VIAGGIO” Vol 2, collana I MERIDIANI

Parecchi anni fa ho ricevuto una lettera di Tiziano Terzani, che abitava a quell’epoca a New Delhi. Dentro alla busta la lettera era accompagnata da un ritaglio di un giornale inglese, il Daily Thelegraph. Parlava di “Un indovino mi disse”, il libro di Tiziano appena tradotto e recensito con molto favore da tutti gli altri giornali inglesi. Anche il Daily Thelegraph ne parlava bene, ma alla fine si poneva un dubbio che sembrava un insulto: come era possibile che un italiano sapesse scrivere un bel libro di viaggi? Stefano Malatesta

Era una cosa che non esisteva in natura. Tiziano mi chiedeva di scrivere un articolo su questo razzismo letterario in cui un libro di viaggio doveva essere scritto da un britannico o non esisteva. Come non è mai esistito un grande poeta bulgaro, così non poteva esistere un grande scrittore di viaggio italiano.

Oggi in Italia tutti scrivono libri di viaggio e vanno in luoghi remoti come la Kamchakta o il deserto del Taklamakan da viaggiatori o scrittori che credono che la lontananza sia una qualità letteraria che consente al testo di rimanere in piedi anche quando non ha la struttura necessaria. Il nuovo interesse per i libri di viaggi si può far risalire agli anni Cinquanta e allo stupendo reportage “Viaggi in Italia” di Piovene. Lo scrittore aveva un passato misterioso e censurabile, e aveva persino scritto racconti antisemiti. Ma “Viaggi in Italia” è stato un ‘turning point’ della letteratura italiana che ha modificato il modo di scrivere i racconti di viaggio. Quasi di colpo scrittori molto noti che pubblicavano quasi esclusivamente racconti e romanzi e non avevamo mai dedicato il loro tempo a interessarsi ai recite de voyage, cambiarono idea, facendo entrare così il genere nella routine degli scrittori italiani. Anche i giornalisti più famosi, come Gian Gaspare Napolitano, Max David, Enrico Emanuelli e Barzini Jr, non si accontentavano più di vedersi pubblicati eleganti elzeviri ma scrivevano le loro esperienza di guerra viste come viaggi pericolosi possibilmente all’inferno.

Nel generale andamento negativo dell’editoria italiana i libri di viaggio riescono a resistere. E questa resistenza e la continua pubblicazione di nuovi libri deve aver convinto la Mondadori di storicizzare il genere pubblicando due libri che raccolgono tutti gli scrittori di viaggio degni di questo nome, affidandone le cure a Luca Clerici, un professore di filologia moderna all’Università di Milano ed esperto in letteratura di viaggio.

Quando ho ricevuto la copia staffetta del II volume gentilmente inviatomi dalla Mondadori, mi sono gettato sul libro, sfogliandolo rapidamente per controllare se anche il mio nome fosse citato nell’indice. Ma per quanto abbia cercato ho trovato che il mio nome era stato citato solo una volta, come direttore della collana di viaggi della ‘Neri Pozza’ intitolata ‘Il Cammello Battriano’. Ma la delusione che mi ha colto è stata subito affiancata da un grande stupore: mi ero accoro che mi trovano in ottima compagnia, perché il curatore non aveva inserito autori come Sandro Viola, di cui è uscito un magnifica raccolta di viaggi intitolata “Il Viaggiatore”, di Bernardo Valli, e di Tiziano Terzani. Mancava anche il nome dell’autore dei due più affascinanti libri sull’Asia mai scritti da un italiano, “Ore giapponesi” e “Segreto Tibet” di Fosco Maraini. E non ho trovato neppure qualcosa, anche una sola citazione, su Denti di Pirajno, che in Inghilterra considerano il miglior scrittore italiano sull’Africa. Ma la delusione più clamorosa riguarda Giuseppe Tucci, il più grande tibetologo del Secolo, uno dei moderni geni italiani. Ignorato nelle sue ricerche altamente scientifiche e accademiche e anche nei suoi stupendi racconti sull’Asia centrale che si continuano a vendere ogni anno per il solo fascino che emanano. Ora ognuno è libero di professare tutte le idee che vuole e di premiare i buoni e di castigare i cattivi secondo gusti personali, ma come si fa ad eliminare scrittori come Tucci o Maraini e a pubblicare quattro racconti della coppia interpreti dei viaggi televisivi intitolati “Turisti per caso”. Nel mondo del viaggio tutti sono ‘Honorable man’, ma non mi pare che la prosa di alcuni giornalisti del Corriere sponsorizzati dal curatore oltremisura possano compensare l’assenza di nomi come Sandro Viola o Tiziano Terzani.

Vorrei citare integralmente un brano della prosa dei “Turisti per caso”, per cercare di capire che cosa ha spinto il curatore a pubblicarli.

Stefano Malatesta con Laura Leonelli

Stefano Malatesta con Laura Leonelli presso Spazio Ducrot

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