Nuovi Turismi: introduzione al libro – seconda parte

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Non sarà quindi che questo scostamento sia proprio da attribuire al modo in cui viene pianificato lo sviluppo del territorio? Sarà forse per questo che il termine “turismo” ha da qualche decennio assunto un significato negativo e dispregiativo, in contrapposizione alla parola “viaggiare”? Tutte domande a cui gli autori di questo libro esplicitamente ed implicitamente rispondono.

Sfogliando l’indice dei generi di turismo scopriamo ambiti impensabili fino a qualche decennio fa e su 22 classificazioni totali, solo 2 o 3 definirei turismo più “tradizionale”. Un mondo quello del turismo quindi “nuovo”, tutto ancora da comprendere.  Gli autori osservano il turismo da un’angolazione antorpologica ed economica che non può sottrarsi ad amonire il lettore ricordando “che non si viaggia più come una volta”. Un lettore viaggiatore (o turista?) che si divertirà a leggere delle manie del viaggio scoprendo forse anche un poco le proprie. Al centro di questo libro c’è si l’industria, il turismo come settore economico e di genere, il territorio, il prodotto. Ma ci siamo soprattutto noi, travolti dal relativismo contemporaneo che mette tutto in discussione, incluso il nuovo modo di essere viaggiatore, salvo poi essere nostralgici del “modo di viaggiare di una volta”. 

Un lettura per tutti ma soprattutto per i tecnici del settore che navigano a vista tra i fragili pilastri del turismo tradizionale e le mille sfaccettature del futuro.

Una lente salutare quella di questo libro ma che, se tolta per un momento, pone il tema del viaggio all’interno della crisi del modello economico di questi tempi di transizione.

E tolta la lente sappiamo che a monte di tutto questo vi sia la consapevolezza che il modello tradizionale della rivoluzione industriale non è più sostenibile, sia per gli aspetti naturali del nostro pianeta, sia quindi per noi stessi. Il modello dello sviluppo turistico industriale tradizionale, quello di oggi, non soddisfa pienamente la domanda perché mette a nudo le forti contraddizioni di un modello ampiamente superato: quello per cui il turismo  distrugge le ragioni per le quali andiamo nei paradisi turistici, ovvero la natura, l’identità del luogo e il paeaggio originale. Il modello progettato negli ultimi 200 anni e che oggi esprime tutti i suoi difetti, tutte le proprie criticità è applicato dai paesi occidentalizzati che valgono per il 75% del traffico turistico mondiale. Gigantesche colate di cemento che hanno distrutto i luoghi più belli del mondo, concentrazioni di inquinamento nei parchi naturali, crollo dei monumenti più rappresentativi della nostra storia antica, aria e alimenti velenosi, appiattimento dell’identità della gente, ghettizzazione del turismo, ecc. Esiste una nutrita letteratura sulla contrapposizione tra turismo e viaggio. Ma scopriamo che il turismo non è la causa, ma solo uno strumento mal utilizzato, un’opportunità persa di un modello economico superato. C’è anche una componente ben esplicitata in questo libro: quella generazionale. Siamo la generazione “ponte”, della memoria, che ha vissuto le vacanze dell’infanzia in luoghi che, se diventate mete turistiche, hanno perso molto delle loro caratteristiche originali. Abbiamo anche la fortuna di aver ascoltato le esperienze dei nostri familiari, in particolare di nostri nonni che ci hanno trasferito i ricordi di un mondo oggi apparentemente lontanissimo. Abbiamo assistito silenziosi alla devastazione rassegnandoci che non ci fossero alternative. Viviamo oggi con l’ossessiva domanda di che mondo lasceremo ai nostri figli, figli che già credono che il mondo di oggi sia quello di sempre.

Il turismo, come tanti altri settori economici ha dato una risposta a tutto questo: l’ecoturismo, il turismo responsabile e la pianificazione sostenibile del territorio. Una cosa è però desiderare, avere delle esigenze. Una cosa è riuscire a cambiare il sistema, il modello.

Vi sono comunque progressi, anche se non abbastanza significativi. L’ECOLOGIA DI MERCATO è una dottrina ormai matura ma troppo teorica. Traghettare il modello tradizionale in quello nuovo comporterà molto tempo e quindi ancora una scia di danni irreparabili. Che l’industria del turismo stia comprendendo che distruggere l’asset più prezioso, ovvero il territorio, ridurrà nel medio e lungo tempo il valore stesso dei propri investimenti. Ecco perché credo che il turismo possa svolgere un ruolo fondamentale nel forzare le istituzioni nell’applicazione di una nuovo modo di vedere lo sviluppo del territorio. Un modo più equo, sostenibile, giusto, pulito, e dove al centro c’è l’ambiente e la salvaguardia dell’identità del territorio. Anche per non far perdere il gusto del viaggio “di una volta” alle future generazioni.

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